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Conosciamo il direttivo: Federico Maggiora

Chi sei e di che cosa ti occupi? 

Sono laureato in Scienze Politiche presso l'Università di Torino e da molti anni mi occupo di accompagnare lo start-up, lo sviluppo e il consolidamento di organizzazioni nonprofit e imprese sociali, soprattutto nell'ambito della progettazione sociale. Progettista esperto di innovazione sociale, sono attualmente Project Manager della Divisione Banca dei Territori del Gruppo Intesa Sanpaolo. Sono fondatore, oltre che presidente dell’Accademia Maurizio Maggiora, fondazione specializzata in gestione del cambiamento nel sociale e nelle organizzazioni.

La Progettazione sociale e il concetto mediazione

L’intera evoluzione degli standard metodologici a cui fa riferimento la progettazione sociale, in Italia e in Europa, possono essere condensati in un’unica propensione di massima: elaborare e rendere esplicito in modo sufficientemente rigoroso, cioè in termini predittivi, il razionale tra attività e risultati maturati (output) e effetti desiderati di medio e lungo termine (outcome). Questo tentativo di connessione asincrono e diacronico, tra l’attualità dell’azione sociale e la prospettiva di una evoluzione possibile, evidente nella Theory of Change, è però presente già nel GOPP (Goal Oriented Project Plan) e nei suoi strumenti, primo tra tutti il Logical Framework Approach rispetto al quale tutti i nuovi approcci, inclusa la Theory of Change, sono evidentemente debitori.

Conosciamo il direttivo: Fabio Quitadamo

Chi sei e di che cosa ti occupi? 

Sono Fabio Quitadamo, progettista sociale e consulente per lo sviluppo degli enti del terzo settore. Ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace (non senza fatica), che, senza soluzione di continutà, ha costituto la professionalizzazione della mia esperienza di volontario nelle imprese sociali

Inviato da il in Vita associativa
Conosciamo il direttivo: Marco Bellavitis

Chi sei e di che cosa ti occupi? 

Sono Marco Bellavitis e sono vice presidente della cooperativa sociale l’Accoglienza onlus di Roma (gestisce servizi di accoglienza residenziale per minori anche disabili e per mamme con bambino). Per la cooperativa mi occupo di controllo di gestione e progettazione sociale attraverso l’ideazione e gestione di progetti a livello regionale e nazionale.

Etica della progettazione sociale: deontologia del progettista vs. etica della progettazione

Che rapporto c’è tra etica e progettazione sociale? 

La deontologia ha a che fare con l’esercizio della professione, riguarda il progettista in quanto professionista che eroga una prestazione a fronte di un compenso. Contiene regole di condotta certamente basate su principi etici, ma circoscritte al rapporto con il committente (cfr. il nostro Codice di Condotta).

L’etica della progettazione riguarda invece il lavoro del progettista, la sua attività e l’impatto generato. La progettazione è sociale in quanto è partecipata. In caso contrario è altro: è un sistema per l’erogazione di prestazioni che può avere una sua utilità ma, se viene deciso e gestito in modo monocratico, rinuncia all’attivazione delle comunità di riferimento.

Conosciamo il direttivo: Sabrina Bagnato.

Chi sei e di che cosa ti occupi? 

Mi chiamo Sabrina Bagnato, Psicologa clinica e della Salute, da 15 anni mi occupo di progettazione formativa e consulenza aziendale in diversi contesti. Ho maturato un’esperienza solida nel settore delle Risorse Umane, Formazione e Sviluppo, lavorando con modelli psicosociali di intervento, visione sistemica e approccio costruttivista. Studio psicosociologia con un focus sull’analisi dei modelli culturali e negli ultimi anni mi sono interessata di nuovi profili e sviluppo dei ruoli, in connessione con i sistemi di valutazione e certificazione delle competenze. Ho insegnato all’Università presso la Facoltà di Psicologia ed erogo docenze di comportamento organizzativo. Ho sviluppato un focus nel campo delle Politiche Attive, curando progetti di employability e imprenditoria (anche con target di giovani migranti, donne in condizioni di vulnerabilità, disoccupati e lavoratori in mobilità) e nel settore del dialogo sociale, avendo acquisito esperienza di relazioni con le Parti Sociali e sul tema della bilateralità.

Le questioni aperte della progettazione sociale

La progettazione sociale è l’impegno di qualcuno a sostenere l’impegno di tanti altri per il bene di tutti. 

Nella storia recente questo ha significato soprattutto l’opera di mediazione tra soggetti che hanno risorse finanziarie, indirizzi strategici e potere di controllo e soggetti che hanno competenze operative e il compito di realizzare i servizi e gli interventi in favore dei destinatari. Da progettisti sociali abbiamo una posizione privilegiata per comprendere come questo processo si sta realizzando e quali siano le attuali questioni critiche, che possono determinare il futuro del sistema.

b2ap3_thumbnail_DSC_2143.jpg... È un quesito che ci viene rivolto spesso! Riteniamo perciò utile, a beneficio della comunità delle socie e dei soci e di chi desidererebbe entrare a farne parte, pubblicare una breve nota di chiarimento.

Per aderire come socia o socio APIS non è obbligatorio essere in possesso di uno specifico titolo di studio. Il titolo di studio può infatti essere sostituito da determinati requisiti esperienziali. Nello specifico:

  • per l'ammissione con qualifica di socio "ordinario", ai sensi dell'art. 3 del nostro statuto nonché con riferimento alla Norma Tecnica UNI 11746/2019, occorre possedere una laurea triennale ad indirizzo sociale (L19, L20, L24, L35, L37, L39, L40, L5) o titoli equipollenti o superiori, e avere maturato un'esperienza almeno triennale in ambito di progettazione sociale. Se non si è in possesso di un titolo di laurea triennale, magistrale o di vecchio ordinamento, è necessario avere maturato un'esperienza almeno quinquennale in ambito di progettazione sociale.
  • Nei casi in cui non si sia in possesso di questi titoli ed esperienze, è possibile comunque aderire ad APIS in qualità di socio "in formazione".
  • È comunque titolo sufficiente per l'ammissione come socio ordinario aver partecipato e conseguito l'attestato di frequenza di uno dei nostri "Corsi Base", o aver chiesto l'iscrizione all'Associazione per partecipare ad uno dei "Corsi Base".

È comunque nelle facoltà del Direttivo, e in specie del Segretario Generale, valutare il curriculum esperienziale della candidata o del candidato, riservandosi di proporre l'iscrizione in una delle due sezioni del libro soci, appunto come socio ordinario o in formazione.

b2ap3_thumbnail__1MP7755.jpgCare socie e soci,

come sapete nell’assemblea dei soci del 2 luglio 2020 ho rimesso a voi tutte e tutti il mio mandato personale come presidente, durato per ben 11 anni dalla fondazione a oggi. È un passaggio che a lungo abbiamo preparato e desiderato, riempiendolo di significato:

La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione. (F. Nietzsche, Così parlo Zarathustra, Prologo, 4)

Lasciatemi anzitutto indirizzare un ringraziamento particolare ai miei consiglieri del Direttivo, quelli degli ultimi due mandati: Marco, Jamil, Annaleda, Federico. E insieme a loro vorrei ricordare i soci della prima ora, e quelli della seconda e terza: i fondatori che in buon numero hanno prolungato senza riserve il loro impegno per tutti questi anni, come formatori: Salvatore, Luciano, Andrea, Paolo, Luigi Vittorio. Ciò che APIS è oggi è frutto del loro impegno generoso e visionario, che posso testimoniarvi non è mai venuto meno.

Avrei voluto rimettere il mio mandato già nel 2017, per convinzione personale, forse perfino per estetica del gesto, ché APIS è a sua volta un progetto, un ponte teso verso il futuro immaginato per non tollerare alcun tipo di personalizzazione, ma molti dei più vicini mi suggerivano che non era ancora maturo il tempo. Ecco, il tempo oggi è maturo, e non posso non condividere con voi la profonda soddisfazione di questo passaggio generativo. Un minuto ancora, e la mia presenza in carica come presidente da risorsa si sarebbe trasformata in laccio, mentre ora è il momento di liberare le energie associative che con paziente cura abbiamo seminato e lasciato crescere in tutti questi anni. Se è vero che la radice etimologica di “autorità” è “augere”, far crescere, senza imbarazzo posso dire che il mandato che come Direttivo abbiamo esercitato è stato autorevole.

Mi pare di poter testimoniare che, in tutti questi anni, APIS ha tentato di essere “il cambiamento che voleva vedere nel mondo”. E perdonate la logora citazione, ma davvero partire da noi, mettere in questione noi, assumerci delle responsabilità autentiche per provare a essere poi un fattore di trasformazione nel contesto sociale è stato il senso profondo del nostro progetto associativo, dalle origini a oggi. Lascio la presidenza con la convinzione – ed è una parte non piccola della soddisfazione con cui mi accomiato dalla carica - che questo slancio, che mette in questione noi come soggetti e con noi il mondo che ci riguarda, prosegue come l’essenza più preziosa del nostro fare e operare, saldamento ereditato dal nuovo direttivo, ancora più ampio e rappresentativo e fecondato da nuove competenze, e dal nostro Presidente Jamil Amirian a cui va tutto il mio affetto, la mia stima e la mia personale gratitudine, sia per il supporto preziosissimo che mi ha dato in tutti questi anni sia per la disponibilità che ha manifestato con la sua preziosa candidatura. 

Devo però richiamare a tutti noi che, per competenti e volenterosi che siano, né Jamil né tutto il nuovo Direttivo di cui mi onoro di continuare a far parte saranno sufficienti. Una responsabilità simile alla nostra, di essere agente di cambiamento sistemico per l’intero contesto del welfare pubblico e privato, può essere agita solo insieme, come comunità più che come individui. Questa solidarietà di comunità professionale è il primo e più prezioso dei tratti tipicizzanti il nostro agire associativo. Nulla si genera se non dalla generosità, e la generosità è contagiosa come pochi altri gesti interpersonali e gruppali.
Grazie socie e soci, ancora avanti, ancora insieme!

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Un 2020 ricco di eventi, ricco di percorsi, ricco di successi! Sei pronta/o a scommettere anche quest'anno sul Patto associativo e il programma APIS? Versa subito la tua quota! Come negli scorsi anni se vuoi puoi agevolarti versando in un’unica soluzione la quota per il 2020 e per il 2021 al costo di € 100 invece di € 120. Se sei socio o socia in formazione la tua quota è di € 30 per il 2020 o di € 50 per il 2020 e 2021. Puoi pagare via Carta di credito o conto Paypal, oltre che tramite bonifico bancario:

     

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Buon anno associativo e grazie di essere ancora con noi!

b2ap3_thumbnail_Jamil.JPG* Trascrizione rivista dell’intervento di Jamil Amirian in occasione del Convegno del 17 maggio 2019 presso l’Università Roma Tre, Facoltà di Economia e Commercio

Avere ottenuto una norma, anzi avere ottenuto questa norma non è un risultato scontato, ma, è l’esito di un complesso percorso di confronto, ripensamento, e soprattutto decisioni non ovvie. In questo mio intervento mi propongo di mettere in evidenza quelli che sono, dal mio punto di vista, i più significativi elementi di un’operazione il cui impatto possiamo solo iniziare a immaginare.

Non è scontato avere ottenuto una norma, tramite un progetto durato 6 anni che in molti momenti ci ha visti seriamente dubbiosi circa l’esito, perché non era scontata la necessità di questa norma, anzi. Non è scontato, infatti, che la progettazione sociale venga considerata come funzione distinta; per chi come noi svolge questa attività da decenni sembra quasi superfluo, ma credo si tratti di un passaggio pubblico realmente rilevante che occorre approfondire. Il progettista sociale non è unicamente un sociologo che svolge una delle forme applicative della propria disciplina, così come non è un assistente sociale che espleta un ambito della professione.

Inviato da il in Vita associativa

b2ap3_thumbnail_IMG_4597.jpgCare socie e cari soci,

sintetizzare una giornata campale come quella del 17 maggio 2019, attesa per anni, non è possibile, e credo nemmeno utile. Credendo di offrire un servizio in particolare per coloro che il 17 non sono potuti essere con noi, da qui in avanti pubblicheremo sia sulla nostra fan page Facebook che sul nostro Canale Youtube la ripresa integrale degli interventi al Convegno e delle interviste che sono seguite. Per il resto più che sintetizzare da qui in avanti occorrerà “approfondire”, “tesaurizzare” e “proseguire”...

b2ap3_thumbnail_Convegno_parterre.jpg*Testo della relazione introduttiva tenuta da Antonio Finazzi Agrò in occasione del Convegno del 17 maggio 2019 presso l’Università Roma Tre, Facoltà di Economia e Commercio

Care socie e cari soci, 

a rendere estremamente difficoltoso, e insieme appassionante e suggestivo, il percorso compiuto per adottare la norma tecnica che oggi presentiamo, non è tanto il sostantivo “progettista”, quanto l’aggettivo “sociale” che lo accompagna. Chi sia infatti e di cosa si occupi un progettista, indipendentemente dal suo ambito di intervento, è su un piano strettamente intuitivo preliminarmente chiaro. La progettazione è ciò che “sta sotto” alle attività, è ciò che ne costituisce la struttura predittiva, riflessiva e di costante verifica in base alla quale il nostro lavoro non si affida giorno per giorno al caso o all’improvvisazione, ma si dota all’inizio e si attiene in seguito a una regola. Come ripeto spesso nei nostri corsi, raccordandomi a un'insigne tradizione filosofica, progetto e progettazione sono radicati in noi come “esistenziali”, strutture cioè che chiarificano l’esistenza umana.

Ma invece cosa intendiamo con “sociale”? Sociale è evidentemente una di quelle parole ombrello, a estensione massima e intensione minima, che parrebbe fatta apposta per gettare nel massimo imbarazzo teorico chiunque si attenti a pronunciarla. Con buon indice di approssimazione diciamo che per sociale intendiamo il modo in cui le società funzionano, si articolano al proprio interno, organizzano i propri scambi endogeni e quelli con le altre società, individuano scopi e obiettivi collettivi, elaborano prospettive e valori di riferimento, perseguono il massimo possibile di benessere equamente distribuito. Se sul piano delle politiche pubbliche è invalso l’uso di identificare, soprattutto per esigenze di carattere amministrativo, il sociale in opposizione ad altri ambiti di intervento, primo fra tutti il sanitario, noi dobbiamo confessare che su un piano più originario la coppia sintagmatica di riferimento da cui il sociale trae l’insieme delle sue significazioni è “sociale” versus “individuale”. È sociale tutto ciò che tocca una comunità di persone, e soprattutto ciò che investe il fondamento che queste persone tiene insieme.

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Un 2019 ricco di eventi, ricco di percorsi, ricco di successi! Sei pronta/o a scommettere anche quest'anno sul Patto associativo e il programma APIS? Versa subito la tua quota! Come negli scorsi anni se vuoi puoi agevolarti versando in un’unica soluzione la quota per il 2019 e per il 2020 al costo di € 100 invece di € 120. Se sei socio o socia in formazione la tua quota è di € 30 per il 2019 o di € 50 per il 2019 e 2020. Puoi pagare via Carta di credito o conto Paypal, oltre che tramite bonifico bancario:

     

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Buon anno associativo e grazie di essere ancora con noi!

Inviato da il in Vita associativa

b2ap3_thumbnail_il-concerto.jpg Care socie e cari soci,

nel formularci gli auguri prendo a prestito quest’anno le parole del poeta Mario Luzi:

...ben dentro il plasma umano/flagrando/quella profetizzata/e temuta natività/che essi vedevano e adoravano/perduti/nella raggiante oscurità

(Mario Luzi, I Pastori, da: Frasi e incisi di un canto salutare)

Credo ci sentiamo in molti così: confitti dentro le cose dell’uomo e delle comunità, nel plasma umano, frementi nella speranza (o il nostro lavoro, che impasta il presente col futuro e che in un’altra poesia sempre Luzi definisce “l’Opera del mondo”, non avrebbe senso), costantemente immersi in una raggiante oscurità.

Questo interregno luminoso e oscuro, terribilmente ambivalente nelle opzioni che dischiude, ancora equiprobabili ma niente affatto equivalenti per i destini della stessa umanità, è indubbiamente una delle tracce dei tempi che attraversiamo: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” (A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Q 3, §34). Ognuno, a questo tracimare del morboso in mezzo a noi, sovrapponga volti, detti, fatti e fenomeni sociali che preferisce.

Il punto è che viviamo una fase di transizione estremamente ambigua, che seguendo Mauro Magatti in “Cambio di Paradigma” (leggetelo soci, è un libro che vale!) possiamo riepilogare così: al modello sociale impostosi dagli anni ‘80 all’inizio del millennio, caratterizzato da un elevatissimo indice di individualizzazione dei rapporti, e fondato su un’espansione illimitata dei consumi individuali contro una capacità quasi altrettanto illimitata di espansione del credito finanziario, succedono un’istanza e una domanda sociale qualitativamente diverse, tali da presupporre l’articolazione di un nuovo modello. Il precedente, che portava con sé come presupposto e conseguenza la risoluzione dei legami molecolari tra le persone, per favorire la leva dell’autorealizzazione individuale, è andato a infrangersi sugli scogli della crisi economica del 2008, che ne ha svelato la radicale insostenibilità. Da quel momento in poi siamo entrati in una fase nuova, di potenziale “cambio di paradigma”, in cui in modo estremamente ambiguo si pone di nuovo come questione sociale prevalente la rilegatura dei rapporti precedentemente sciolti. Come ricostruiremo il legame sociale? È questa la domanda sociale cui stiamo faticosamente tentando di rispondere, secondo due opzioni concorrenti e mutuamente escludenti:

a) una rielaborazione del legame sociale in termini identitari, difensivi e oppositivi. È la soluzione già tragicamente sperimentata in Europa nell’epoca più buia della sua storia, negli anni ‘20 e ’30 successivi alla prima guerra mondiale e alla grande crisi economica del ’29; con la non piccola differenza che oggi la domanda securitaria e di efficienza sarebbe presa in carico da una tecnologia sempre più pervasiva, capace di efficientare non solo i contesti produttivi, ma le stesse dimensioni individuali e private.

b) Una seconda opzione, ad oggi ancora aperta, è che invece prevalga un modello di scambio sociale del tipo “sostenibilità vs contribuzione”: in questo caso il legame sociale si salda non sulla difesa e sulla proiezione del nemico esterno, ma sulla capacità di ciascuno di “contribuire” al bene comune, e ben al di là della leva fiscale, in cambio di una maggiore sostenibilità umana, personale, familiare e sociale. In cambio di una maggiore sensatezza di vita e consonanza al desiderio antropologico di significato nella relazione che anima ogni uomo. Si tratta, in sintesi, del modello richiamato nel cosiddetto paradigma della “generatività sociale”, che è stato proprio Magatti a introdurre nel recente dibattito.

Io credo sinceramente che la raggiante oscurità che tutti attraversiamo sia in sintesi questa. Al di là delle missioni particolari che ciascuna delle nostre organizzazioni legittimamente persegue, persino contendendosi lo spazio con quelle altrui, esiste credo una missione di insieme della cittadinanza organizzata, del Terzo settore, della Politica e della migliore Amministrazione pubblica e, sommessamente, della nostra funzione di progettazione sociale, tutta da riarticolare. La esprimerei così: oggi il nostro scopo ultimo è gettare il peso dei nostri sistemi di scambio sociale, basati sulla contribuzione e la sostenibilità, sulla bilancia dei paradigmi concorrenti, perché a prevalere sia un modello di società non inacidita nei rapporti, non vittimista, capace di allargare lo spazio della contribuzione invece di restringerlo, desiderosa di una protezione declinata in termini di inclusione e reciprocità invece che di esclusione a scapito di qualcuno, cui far pagare le nostre contraddizioni interne. Nonostante le morbose apparenze, è una partita ancora tutta aperta e da giocare con speranza.

Augurio migliore di giocarsi fino in fondo questa partita, a ciascuna e ciascuno di noi, non sento quest’anno di poter fare, né scorgo modo migliore di stare in questa raggiante oscurità.

Antonio Finazzi Agrò, Presidente

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chagall-header.jpgCare socie e cari soci,

guardando all’anno concluso, e a questo Natale alle porte, penso a una preoccupazione che ci accompagna, da volgere in speranza lungo la traccia di un sogno tenacemente umano, di cui ci parla il Natale: «Desiderare, desiderare disperatamente, desiderare fino al dolore e allo sconforto, fino al grande vuoto amaro, desiderare che sia altrimenti, desiderare la fine delle crudeltà, delle pazzie, della stupidità, dell’abietto, desiderare l’allegria, la luce, la tenerezza, avere così fame, così sete, di un mondo diverso e di essere diverso» (Maurice Bellet). 

Dovremo infatti contribuire, proporzionatamente ai nostri mezzi, a sciogliere un evidente, e doloroso paradosso in cui si è avvitata l’intera nostra società, e singolarmente noi operatori di welfare: in un sistema sempre più duale, quella propensione altruistica, o più semplicemente civile, a cui molte delle nostre progettualità fanno appello, è sempre più residuale retaggio della “gente che sta bene” – per censo, per merito, per reddito e livelli di istruzione, e lasciamo pure da parte come tutti questi fattori siano tra loro correlati – mentre scarseggia tipicamente nella massa degli esclusi, in larga parte coincidente con i nostri stessi beneficiari, che invece hanno visto crollare negli anni la propria quota di dividendo sociale. Dal mio punto di vista non c’è nulla di più preoccupante, e più meritevole di cura, dell’oceano di risentimento su cui oggi galleggiano i rapporti sociali. Una moltitudine di persone sprofonda sempre più in un rancore inacidito. Un’onda montante e livida che non raramente ci si abbatte contro, secondo uno schema reattivo, biasimevole e sgrammaticato (letteralmente sgrammaticato) quanto si vuole, eppure dopotutto comprensibile.

bertinoro-2017.jpgRiuscirà il Terzo Settore a compiere la sua “transizione” da settore residuale e compensativo schiacciato tra stato e impresa ad attore primario della co-generazione e ri-generazione sociale, in una fase di tumultuoso “cambio di paradigma” dei modelli di scambio sociale determinati dalla crisi economica del 2008? È questa la domanda chiave introduttiva delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, tenutesi il 13 e 14 ottobre 2017.

Come si vede, si tratta di una regressione della domanda e del suo fuoco di indagine dagli aspetti strettamente tecnico giuridico che concernono la cosiddetta Riforma del Terzo settore – pur da non sottovalutare, se si pensa che la transizione giuridica verso nuove fattispecie è ancora di fatto in fieri, finché non saranno adottati i non pochi decreti attuativi che dovranno precisarne il perimetro d’esercizio – ad aspetti più decisivi legati alla capacità effettiva del Terzo Settore, in fase di ri-forma, di dare a sua volta nuova forma ai processi sociali che attraversano, compaginano o scompaginano il Paese. È insomma in questione la capacità complessiva del comparto di articolare una normatività sociale senza la quale ogni iniziativa legislativa è destinata a restare lettera morta...

b2ap3_thumbnail_Intangibile.jpgIl CSV di Bologna ha organizzato il 6 aprile scorso un incontro dal titolo “L’intangibile nella progettazione sociale”. Questo incontro seguiva la pubblicazione di un numero di Vdossier dedicato allo stato attuale della progettazione sociale. L’incontro è stato interessante per vari motivi, ma quello che mi ha colpito maggiormente è che si è provato a parlare di tutto quello che fa parte della progettazione sociale, ma non è così codificato e definito.

È stata l’occasione per incontrare persone che provano anche a fare le cose diversamente, come Dino Cocchianella del Comune di Bologna…questa è stata un po’ la sensazione, essere tra persone che provano a realizzare progetti in modo un po’ nuovo. Ma nuovo come? Diversamente perché? Intanto va apprezzato che si è provato a parlare di progettazione sociale…

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Sei pronta/o a scommettere anche quest'anno sul Patto associativo e il programma APIS? Versa subito la tua quota! Come negli scorsi anni se vuoi puoi agevolarti versando in un’unica soluzione la quota per il 2017 e per il 2018 al costo di € 100 invece di € 120. Da quest'anno puoi pagare via Carta di credito o conto Paypal, oltre che tramite bonifico bancario:

     

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Nel 2017 realizzeremo nuovi incontri di formazione in streaming, quest’anno con un’attenzione privilegiata al tema della valutazioneRinnoveremo il Corso Base, e lo proporremo in modalità FAD per tutti quei nuovi soci e quelle nuove socie che hanno difficoltà a svolgere la formazione residenziale;

Andremo avanti sul progetto associativo di Norma tecnica sulla progettazione sociale, ai sensi della L. 4/2013, che confidiamo nel 2017 possa finalmente vedere la luce, coi nostri partner Forum del Terzo Settore e PMI Central Italy Chapter;

Il 2017 sarà anche l’anno del rinnovo cariche sociali – l’intero mandato dell’attuale Direttivo decade all’approvazione del Bilancio 2016, e dovrà essere rinnovato – e l’anno del consolidamento di quelle esperienze di gruppi territoriali a cui teniamo molto: si è attivato il Veneto Friuli, si è attivata l’Emilia Romagna, riprende quota il gruppo Lombardia. Speriamo di potervi comunicare al più presto le iniziative che stanno programmando.

Tutto questo è frutto dell’impegno di quei soci e quelle socie che scommettono sulle relazioni e la collaborazione personale “a km 0”, senza cui non c’è patto associativo che tenga:

Siamo una comunità professionale, coesa e consapevole che lo sforzo individuale che ognuno di noi giorno per giorno compie nel porre riparo a questo o quel guasto, nel costruire questo o quel servizio, con mestiere e sforzo personale, si accorda a quello di tutti gli altri, cospirando niente meno che a un cambiamento collettivo. Mentre il terzo settore e il welfare rischiano di ridursi, sulla spinta di un mainstream culturale e politico che punta in modo abbastanza unilaterale ad aumentarne il grado di competizione interna, a un pulviscolo di iniziative individuali (e pertanto inefficienti) noi sappiamo di operare per suturare le fratture comunitarie, dentro e tra le organizzazioni, tra organizzazioni e società, e all’interno di queste tra decisori e operatori dell’intervento sociale.

Buon anno associativo e grazie di essere ancora con noi!

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