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Antonio Finazzi Agro'

Antonio Finazzi Agro' non ha ancora inserito la sua biografia

b2ap3_thumbnail_Jamil.JPG* Trascrizione rivista dell’intervento di Jamil Amirian in occasione del Convegno del 17 maggio 2019 presso l’Università Roma Tre, Facoltà di Economia e Commercio

Avere ottenuto una norma, anzi avere ottenuto questa norma non è un risultato scontato, ma, è l’esito di un complesso percorso di confronto, ripensamento, e soprattutto decisioni non ovvie. In questo mio intervento mi propongo di mettere in evidenza quelli che sono, dal mio punto di vista, i più significativi elementi di un’operazione il cui impatto possiamo solo iniziare a immaginare.

Non è scontato avere ottenuto una norma, tramite un progetto durato 6 anni che in molti momenti ci ha visti seriamente dubbiosi circa l’esito, perché non era scontata la necessità di questa norma, anzi. Non è scontato, infatti, che la progettazione sociale venga considerata come funzione distinta; per chi come noi svolge questa attività da decenni sembra quasi superfluo, ma credo si tratti di un passaggio pubblico realmente rilevante che occorre approfondire. Il progettista sociale non è unicamente un sociologo che svolge una delle forme applicative della propria disciplina, così come non è un assistente sociale che espleta un ambito della professione.

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b2ap3_thumbnail_IMG_4597.jpgCare socie e cari soci,

sintetizzare una giornata campale come quella del 17 maggio 2019, attesa per anni, non è possibile, e credo nemmeno utile. Credendo di offrire un servizio in particolare per coloro che il 17 non sono potuti essere con noi, da qui in avanti pubblicheremo sia sulla nostra fan page Facebook che sul nostro Canale Youtube la ripresa integrale degli interventi al Convegno e delle interviste che sono seguite. Per il resto più che sintetizzare da qui in avanti occorrerà “approfondire”, “tesaurizzare” e “proseguire”...

b2ap3_thumbnail_Convegno_parterre.jpg*Testo della relazione introduttiva tenuta da Antonio Finazzi Agrò in occasione del Convegno del 17 maggio 2019 presso l’Università Roma Tre, Facoltà di Economia e Commercio

Care socie e cari soci, 

a rendere estremamente difficoltoso, e insieme appassionante e suggestivo, il percorso compiuto per adottare la norma tecnica che oggi presentiamo, non è tanto il sostantivo “progettista”, quanto l’aggettivo “sociale” che lo accompagna. Chi sia infatti e di cosa si occupi un progettista, indipendentemente dal suo ambito di intervento, è su un piano strettamente intuitivo preliminarmente chiaro. La progettazione è ciò che “sta sotto” alle attività, è ciò che ne costituisce la struttura predittiva, riflessiva e di costante verifica in base alla quale il nostro lavoro non si affida giorno per giorno al caso o all’improvvisazione, ma si dota all’inizio e si attiene in seguito a una regola. Come ripeto spesso nei nostri corsi, raccordandomi a un'insigne tradizione filosofica, progetto e progettazione sono radicati in noi come “esistenziali”, strutture cioè che chiarificano l’esistenza umana.

Ma invece cosa intendiamo con “sociale”? Sociale è evidentemente una di quelle parole ombrello, a estensione massima e intensione minima, che parrebbe fatta apposta per gettare nel massimo imbarazzo teorico chiunque si attenti a pronunciarla. Con buon indice di approssimazione diciamo che per sociale intendiamo il modo in cui le società funzionano, si articolano al proprio interno, organizzano i propri scambi endogeni e quelli con le altre società, individuano scopi e obiettivi collettivi, elaborano prospettive e valori di riferimento, perseguono il massimo possibile di benessere equamente distribuito. Se sul piano delle politiche pubbliche è invalso l’uso di identificare, soprattutto per esigenze di carattere amministrativo, il sociale in opposizione ad altri ambiti di intervento, primo fra tutti il sanitario, noi dobbiamo confessare che su un piano più originario la coppia sintagmatica di riferimento da cui il sociale trae l’insieme delle sue significazioni è “sociale” versus “individuale”. È sociale tutto ciò che tocca una comunità di persone, e soprattutto ciò che investe il fondamento che queste persone tiene insieme.

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Un 2019 ricco di eventi, ricco di percorsi, ricco di successi! Sei pronta/o a scommettere anche quest'anno sul Patto associativo e il programma APIS? Versa subito la tua quota! Come negli scorsi anni se vuoi puoi agevolarti versando in un’unica soluzione la quota per il 2019 e per il 2020 al costo di € 100 invece di € 120. Se sei socio o socia in formazione la tua quota è di € 30 per il 2019 o di € 50 per il 2019 e 2020. Puoi pagare via Carta di credito o conto Paypal, oltre che tramite bonifico bancario:

     

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Buon anno associativo e grazie di essere ancora con noi!

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b2ap3_thumbnail_il-concerto.jpg Care socie e cari soci,

nel formularci gli auguri prendo a prestito quest’anno le parole del poeta Mario Luzi:

...ben dentro il plasma umano/flagrando/quella profetizzata/e temuta natività/che essi vedevano e adoravano/perduti/nella raggiante oscurità

(Mario Luzi, I Pastori, da: Frasi e incisi di un canto salutare)

Credo ci sentiamo in molti così: confitti dentro le cose dell’uomo e delle comunità, nel plasma umano, frementi nella speranza (o il nostro lavoro, che impasta il presente col futuro e che in un’altra poesia sempre Luzi definisce “l’Opera del mondo”, non avrebbe senso), costantemente immersi in una raggiante oscurità.

Questo interregno luminoso e oscuro, terribilmente ambivalente nelle opzioni che dischiude, ancora equiprobabili ma niente affatto equivalenti per i destini della stessa umanità, è indubbiamente una delle tracce dei tempi che attraversiamo: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” (A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Q 3, §34). Ognuno, a questo tracimare del morboso in mezzo a noi, sovrapponga volti, detti, fatti e fenomeni sociali che preferisce.

Il punto è che viviamo una fase di transizione estremamente ambigua, che seguendo Mauro Magatti in “Cambio di Paradigma” (leggetelo soci, è un libro che vale!) possiamo riepilogare così: al modello sociale impostosi dagli anni ‘80 all’inizio del millennio, caratterizzato da un elevatissimo indice di individualizzazione dei rapporti, e fondato su un’espansione illimitata dei consumi individuali contro una capacità quasi altrettanto illimitata di espansione del credito finanziario, succedono un’istanza e una domanda sociale qualitativamente diverse, tali da presupporre l’articolazione di un nuovo modello. Il precedente, che portava con sé come presupposto e conseguenza la risoluzione dei legami molecolari tra le persone, per favorire la leva dell’autorealizzazione individuale, è andato a infrangersi sugli scogli della crisi economica del 2008, che ne ha svelato la radicale insostenibilità. Da quel momento in poi siamo entrati in una fase nuova, di potenziale “cambio di paradigma”, in cui in modo estremamente ambiguo si pone di nuovo come questione sociale prevalente la rilegatura dei rapporti precedentemente sciolti. Come ricostruiremo il legame sociale? È questa la domanda sociale cui stiamo faticosamente tentando di rispondere, secondo due opzioni concorrenti e mutuamente escludenti:

a) una rielaborazione del legame sociale in termini identitari, difensivi e oppositivi. È la soluzione già tragicamente sperimentata in Europa nell’epoca più buia della sua storia, negli anni ‘20 e ’30 successivi alla prima guerra mondiale e alla grande crisi economica del ’29; con la non piccola differenza che oggi la domanda securitaria e di efficienza sarebbe presa in carico da una tecnologia sempre più pervasiva, capace di efficientare non solo i contesti produttivi, ma le stesse dimensioni individuali e private.

b) Una seconda opzione, ad oggi ancora aperta, è che invece prevalga un modello di scambio sociale del tipo “sostenibilità vs contribuzione”: in questo caso il legame sociale si salda non sulla difesa e sulla proiezione del nemico esterno, ma sulla capacità di ciascuno di “contribuire” al bene comune, e ben al di là della leva fiscale, in cambio di una maggiore sostenibilità umana, personale, familiare e sociale. In cambio di una maggiore sensatezza di vita e consonanza al desiderio antropologico di significato nella relazione che anima ogni uomo. Si tratta, in sintesi, del modello richiamato nel cosiddetto paradigma della “generatività sociale”, che è stato proprio Magatti a introdurre nel recente dibattito.

Io credo sinceramente che la raggiante oscurità che tutti attraversiamo sia in sintesi questa. Al di là delle missioni particolari che ciascuna delle nostre organizzazioni legittimamente persegue, persino contendendosi lo spazio con quelle altrui, esiste credo una missione di insieme della cittadinanza organizzata, del Terzo settore, della Politica e della migliore Amministrazione pubblica e, sommessamente, della nostra funzione di progettazione sociale, tutta da riarticolare. La esprimerei così: oggi il nostro scopo ultimo è gettare il peso dei nostri sistemi di scambio sociale, basati sulla contribuzione e la sostenibilità, sulla bilancia dei paradigmi concorrenti, perché a prevalere sia un modello di società non inacidita nei rapporti, non vittimista, capace di allargare lo spazio della contribuzione invece di restringerlo, desiderosa di una protezione declinata in termini di inclusione e reciprocità invece che di esclusione a scapito di qualcuno, cui far pagare le nostre contraddizioni interne. Nonostante le morbose apparenze, è una partita ancora tutta aperta e da giocare con speranza.

Augurio migliore di giocarsi fino in fondo questa partita, a ciascuna e ciascuno di noi, non sento quest’anno di poter fare, né scorgo modo migliore di stare in questa raggiante oscurità.

Antonio Finazzi Agrò, Presidente

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chagall-header.jpgCare socie e cari soci,

guardando all’anno concluso, e a questo Natale alle porte, penso a una preoccupazione che ci accompagna, da volgere in speranza lungo la traccia di un sogno tenacemente umano, di cui ci parla il Natale: «Desiderare, desiderare disperatamente, desiderare fino al dolore e allo sconforto, fino al grande vuoto amaro, desiderare che sia altrimenti, desiderare la fine delle crudeltà, delle pazzie, della stupidità, dell’abietto, desiderare l’allegria, la luce, la tenerezza, avere così fame, così sete, di un mondo diverso e di essere diverso» (Maurice Bellet). 

Dovremo infatti contribuire, proporzionatamente ai nostri mezzi, a sciogliere un evidente, e doloroso paradosso in cui si è avvitata l’intera nostra società, e singolarmente noi operatori di welfare: in un sistema sempre più duale, quella propensione altruistica, o più semplicemente civile, a cui molte delle nostre progettualità fanno appello, è sempre più residuale retaggio della “gente che sta bene” – per censo, per merito, per reddito e livelli di istruzione, e lasciamo pure da parte come tutti questi fattori siano tra loro correlati – mentre scarseggia tipicamente nella massa degli esclusi, in larga parte coincidente con i nostri stessi beneficiari, che invece hanno visto crollare negli anni la propria quota di dividendo sociale. Dal mio punto di vista non c’è nulla di più preoccupante, e più meritevole di cura, dell’oceano di risentimento su cui oggi galleggiano i rapporti sociali. Una moltitudine di persone sprofonda sempre più in un rancore inacidito. Un’onda montante e livida che non raramente ci si abbatte contro, secondo uno schema reattivo, biasimevole e sgrammaticato (letteralmente sgrammaticato) quanto si vuole, eppure dopotutto comprensibile.

bertinoro-2017.jpgRiuscirà il Terzo Settore a compiere la sua “transizione” da settore residuale e compensativo schiacciato tra stato e impresa ad attore primario della co-generazione e ri-generazione sociale, in una fase di tumultuoso “cambio di paradigma” dei modelli di scambio sociale determinati dalla crisi economica del 2008? È questa la domanda chiave introduttiva delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, tenutesi il 13 e 14 ottobre 2017.

Come si vede, si tratta di una regressione della domanda e del suo fuoco di indagine dagli aspetti strettamente tecnico giuridico che concernono la cosiddetta Riforma del Terzo settore – pur da non sottovalutare, se si pensa che la transizione giuridica verso nuove fattispecie è ancora di fatto in fieri, finché non saranno adottati i non pochi decreti attuativi che dovranno precisarne il perimetro d’esercizio – ad aspetti più decisivi legati alla capacità effettiva del Terzo Settore, in fase di ri-forma, di dare a sua volta nuova forma ai processi sociali che attraversano, compaginano o scompaginano il Paese. È insomma in questione la capacità complessiva del comparto di articolare una normatività sociale senza la quale ogni iniziativa legislativa è destinata a restare lettera morta...

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Nel 2017 realizzeremo nuovi incontri di formazione in streaming, quest’anno con un’attenzione privilegiata al tema della valutazioneRinnoveremo il Corso Base, e lo proporremo in modalità FAD per tutti quei nuovi soci e quelle nuove socie che hanno difficoltà a svolgere la formazione residenziale;

Andremo avanti sul progetto associativo di Norma tecnica sulla progettazione sociale, ai sensi della L. 4/2013, che confidiamo nel 2017 possa finalmente vedere la luce, coi nostri partner Forum del Terzo Settore e PMI Central Italy Chapter;

Il 2017 sarà anche l’anno del rinnovo cariche sociali – l’intero mandato dell’attuale Direttivo decade all’approvazione del Bilancio 2016, e dovrà essere rinnovato – e l’anno del consolidamento di quelle esperienze di gruppi territoriali a cui teniamo molto: si è attivato il Veneto Friuli, si è attivata l’Emilia Romagna, riprende quota il gruppo Lombardia. Speriamo di potervi comunicare al più presto le iniziative che stanno programmando.

Tutto questo è frutto dell’impegno di quei soci e quelle socie che scommettono sulle relazioni e la collaborazione personale “a km 0”, senza cui non c’è patto associativo che tenga:

Siamo una comunità professionale, coesa e consapevole che lo sforzo individuale che ognuno di noi giorno per giorno compie nel porre riparo a questo o quel guasto, nel costruire questo o quel servizio, con mestiere e sforzo personale, si accorda a quello di tutti gli altri, cospirando niente meno che a un cambiamento collettivo. Mentre il terzo settore e il welfare rischiano di ridursi, sulla spinta di un mainstream culturale e politico che punta in modo abbastanza unilaterale ad aumentarne il grado di competizione interna, a un pulviscolo di iniziative individuali (e pertanto inefficienti) noi sappiamo di operare per suturare le fratture comunitarie, dentro e tra le organizzazioni, tra organizzazioni e società, e all’interno di queste tra decisori e operatori dell’intervento sociale.

Buon anno associativo e grazie di essere ancora con noi!

b2ap3_thumbnail_DSC_2143-min.jpgUn’altra edizione del Corso Base si è chiusa. Non c’è stata occasione formativa in questi anni, dal 2009 a oggi, che non abbia lasciato in noi tutti la gratificante sensazione di aver fatto qualcosa di utile, di marginalmente utile, per il nostro settore, e quindi indirettamente per tutti coloro a cui si indirizzano gli effetti del nostro lavoro di progettisti sociali.

Ma questa aula è stata a suo modo unica. Per la prima volta abbiamo avuto la rappresentazione plastica della dimensione nazionale che la nostra comunità professionale, con tenacia sprovvedutezza e coraggio, è andata assumendo. Professionisti da tutte le regioni, dal sud dal nord e dal centro, concentrati in una bella sala 30x30, perfino un tantino accademica, e in un contesto residenziale che, per chi ha risieduto presso l’ostello, aggiungeva quel tanto di effetto estraniante all’esperienza formativa, come un campo scuola. E poi un raffinato blend di esperienze e professionalità che neppure se avessimo voluto avremmo saputo comporre con tanto sapiente equilibrio: assistenti sociali, avvocate, giornaliste, psicologhe, pedagogisti, economisti, educatori ed educatrici. Persone e professionisti di diversa tempra e militanza, chi con le scarpe consunte da un tratto di strada già lungo, chi in procinto di mettersi in camino. Chi immerso sino alle midolla nel proprio contesto organizzativo, chi in cerca di una prima casa, uno spazio umano in cui esercitarsi e scambiare beni professionali.

Che resterà ragazzi di questi giorni? Ovvero: che precipiterà nella vostra storia professionale e umana di ciò che siamo andati agitando in questi giorni? Più che una domanda questo è un topos letterario, su cui si incaglia ogni docente ben intenzionato a conclusione di un ciclo formativo. Tornando a casa tra me e me venerdì, del tutto inconsultamente, ripetevo un versetto dell’inno all’amore di Paolo di Tarso:

Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà (1Cor 13, 8-10).

Nessuno degli strumenti e delle nozioni che vi abbiamo consegnato, con tutta l’acribia di cui eravamo capaci, ha carattere ultimativo. Siamo consapevoli del carattere di espediente di ogni griglia logica trasmessa, da imprimere su quel vasto e indeterminato campo che sono le comunità umane. E in ogni caso tutto questo scaltrito strumentario chiederà di essere trascritto e appropriato da ciascuno di voi, nelle pazienti e umilissime pratiche artigianali dei giorni che vi attendono. Ma le relazioni, quelle sì, resteranno. La percezione di uno studio comune, di uno sforzo comune, di un cambiamento da imprimere alle nostre società radicalmente sproporzionato agli sforzi individuali, e dunque tale da esigere alleanze partendo proprio dalle solidarietà professionali, che possono saldarsi solo nel crogiuolo di una comune passione. Dunque mediante uno sforzo meta-logico e pre-metodologico, etico ed emozionale insieme, contagioso come è contagiosa la generosità e la sensatezza che pretendiamo dal nostro lavoro.

Questo ragazzi, socie e soci, è ciò che intendiamo per comunità professionale. Buon lavoro a tutti e grazie di essere con noi!

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Care socie e soci,

come probabilmente sapete il nostro Corso Base, in programma dal 20 al 24 febbraio prossimi, ha avuto anche quest’anno il “solito” successo. Le iscrizioni hanno raggiunto il tetto massimo di partecipanti con 11 giorni di anticipo sulla scadenza ultima, che avevamo fissato al 10 febbraio, e purtroppo anche quest’anno qualcuno è rimasto fuori della porta.
Credetemi, condivido con voi questo risultato senza alcun desiderio di autoincensazione, prendendolo per ciò che: l'ennesimo segnale di un marcato bisogno di competenza e specializzazione che il nostro settore esprime rispetto alla progettazione sociale. Il nostro merito esclusivo è stato recepire questo bisogno, probabilmente perché lo avvertivamo noi stessi nel 2009, quando è iniziato il nostro cammino.
I trenta partecipanti sono tutti soci e socie, per la massima parte di nuova iscrizione. Come di consueto concluderemo il Corso con un momento conviviale di brindisi finale. Non sarebbe bello se veniste anche voi, per fare un’accoglienza calda a questi nostri nuovi amici di tutte le regioni d’Italia? Sarebbe anche una bella occasione per rincontrarci e condividere un po’ i nostri percorsi, cosa che non accade da parecchio tempo. L’appuntamento è per venerdì 24 febbraio alle 17.00 presso il Roma Scout Center, in Largo dello Scautismo 1 Roma (zona Piazza Bologna). Se pensate di venire fatecelo sapere, rispondendo solo a info@progettistisociali.it e non a tutti i destinatari in copia (evitiamo un po’ di spam…).

Un abbraccio a tutti, sperando di incontrarvi presto.

Inviato da il in Politica & Società

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Caro Tullio,

questo 2017 si apre con una cattiva notizia: d'ora in avanti dovremo fare a meno della tua intelligente e appassionata compagnia. Mi permetto la confidenza del tu, ora che ci hai lasciato, perché in tutti questi anni ti ho guardato come un maestro, devo dire fin dai tempi delle lezioni universitarie, e ai veri maestri si finisce per volere bene come a dei familiari.

Avverto con te un debito grande, che è di tutti coloro che come me si occupano di "sociale": sei stato tra i pochi ad aver spostato la riflessione linguistica molto oltre il perimetro del dibattito accademico, puntando in ogni momento della tua parabola intellettuale alle questioni sociali autentiche del Paese. Nessuno più di te ha intuito e insistito sul nesso esistente tra lingua, istruzione e democrazia. Perché, come ripetevi spesso, la democrazia è "discutidora", e chi non è in grado di discutere con gli altri, padroneggiando la tecnica fondamentale della lingua, è tagliato fuori da ogni possibilità di intesa e auto promozione. Nessuno più di te ha fustigato gli usi, gli abusi e i tic linguistici delle élites italiane - e quanto spesso io stesso mi sono sentito fustigato - irridendo il malcostume delle burocrazie e delle amministrazioni pubbliche con quei loro codici linguistici arruffati, barocchi e incomprensibili, che stigmatizzavi come forma di autentica maleducazione...

Inviato da il in Vita associativa

b2ap3_thumbnail_desiderio.jpgCare socie e cari soci,
mentre anche quest’anno procede oltre la sua mezzanotte, superando il suo punto più oscuro, penso a che auguri formulare, a noi che per mille versi lavoriamo all’umanizzazione del mondo, delle centinaia di mondi di vita in cui con tutta modestia, con scarsi mezzi e giorno per giorno operiamo.

Non credo sia troppo affermare che il senso ultimo della progettazione sociale sia umanizzare i tempi e i luoghi che attraversa, perché ciascuno sia disalienato, restituito a sé e agli altri. Forse questo è in radice lo scopo di qualunque lavoro. Senz’altro questa è la matrice remota del Welfare: Ricoeur lo insediava al centro della sua etica, definendolo così: “Una vita buona, con e per gli altri, all’interno di istituzioni giuste”.

Io credo che, nel complesso capitale sociale a cui occorre attingere per un tale scopo, due risorse risultino oggi particolarmente scarse: la fiducia e il desiderio.

La fiducia è quella traiettoria che mi porta a intrecciare il mio sentiero con quello di un altro, alleandomi con lui in vista di uno scopo comune, o di un reciproco vantaggio, scommettendo che in questo modesto esodo da me non sarò né diminuito né annichilito. Ormai sappiamo che la dinamica sociale della fiducia è persino un fondamentale economico, e che senza di essa non c’è uscita possibile dalla stagnazione. Giustamente osservava Michele Serra che

Il problema — profondo — è che senza fiducia negli altri una società non ha alcuna prospettiva di migliorare, forse nemmeno di sopravvivere. Anche perché costringe ognuno a sopravvalutare fino al ridicolo (e fino alla rovina) le proprie capacità di fare a meno delle competenze altrui (La Repubblica, 6 settembre 2016).

Ma la fiducia ha anche il carattere del rinvio: sospende un soddisfacimento autonomo e immediato, e lo rinvia all’incontro e alla mediazione con altri. La fiducia è asincrona, fonda cioè il desiderio. E il desiderio a me sembra sempre più la sola forza propulsiva di civiltà e umanizzazione della storia: è in quanto desideriamo oltre il soddisfacimento dei nostri bisogni individuali che come singoli e comunità progrediamo. Progrediamo in quanto speriamo, ed è dalla qualità dei nostri desideri e speranze collettive che decifriamo la qualità del nostro progresso.

Ora, dei molti auguri da formularci in questo Natale, io sento di poterci augurare proprio questo: di essere noi anzitutto fiduciosi e desideranti, perché un progetto non è altro che questo: un rinvio al futuro, al desiderabile, una scommessa su ciò che non è dato, e che per essere ottenuto richiederà mediazione con altri, incontro e negoziazione, uscita dai perimetri organizzativi e personali:

Può darsi che domani spunti l'alba dell'ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore” (Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e Resa)

Auguri socie e soci!

Antonio (Presidente)

 

Inviato da il in Politica & Società

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Cos'è un progetto? È un sogno con delle scadenze.

(Duccio Demetrio)

Inviato da il in Vita associativa

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Dopo lunga e felice incubazione, apre i battenti anche in Veneto e Friuli un gruppo APIS Locale. I fatti di norma accadono se le idee sono buone, e se qualcuno si prende briga di applicarle. Noi non facciamo eccezione alcuna: che l'idea di costruire comunità professionali e legami di scambio e collaborazione tra progettisti sociali sia buona non abbiamo dubbi, e d'altronde è la nostra regione associativa. Ma occorrono teste e gambe su cui far correre le idee: dopo la Lombardia e l'Emilia Romagna, ne abbiamo trovate di eminentissime (di teste) tra i soci e le socie del Veneto e del Friuli Venezia Giulia.

Così, per l'impulso dato da Tommaso Bertinotti e Pio Mason, abbiamo avuto lo scorso 7 ottobre a Dolo (VE), presso la sede dell'Associazione Il Portico (che ringraziamo per l'ospitalità), l'enorme piacere di tenere a battesimo la nascita del gruppo locale APIS Veneto Friuli Venezia Giulia. Erano presenti oltre a Tommaso e Pio anche Nadia Mocellin, Carlo Naccari, Francesca Oliva. Annaleda Mazzucato e io in rappresentanza del Direttivo Nazionale (ma Annaleda, padovana trapiantata a Roma, è un perfetto trait-d'union).

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Ripercorriamo, in forma di dialogo, il penultimo evento di Mentoring, sulla progettazione formativa. Hanno partecipato i soci Jamil Amirian, in qualità di mentor, e le socie Paola Casadei e Manuela Virtuoso.

Le domande di Paola:

A Quali ambiti si rivolge la formazione? Come Individuare il gruppo dei beneficiari? Formazione come attività che da elementi concreti? Formazione volontari? Posso partire da beneficiari extracomunitari per farli coinvolgere in azioni a restituzione sociale? Chi li può formare?

Le domande di Manuela:

Se penso alla progettazione formativa mi vengono in mente due criticità principali:
quanto nell’analisi dei fabbisogni formativi prima e di conseguenza nell’ideazione e realizzazione del percorso formativo poi, non ci si soffermi in maniera adeguata sul livello motivazionale. Cerco di spiegarmi meglio, nonostante chi più chi meno conosce l’importanza della motivazione sui risultati, spesso non si sa bene come implementare questo aspetto nella progettazione formativa;
Di conseguenza mi riallaccio alla seconda, la sfida di utilizzare strumenti (es il bilancio di competenze, test delle ancore ..) o anche altri di cui ancora non ho conoscenza, contestualizzandoli però in base agli obiettivi, ai destinatari e all’organizzazione nella quale si è chiamati ad operare. Quando una progettazione formativa costituisce una progettazione sociale? La prima risposta che mi viene in mente è: quando c’è un’intenzionalità nel produrre dei cambiamenti sociali che abbiamo un impatto positivo, che siano orientati a dinamiche di inclusione sociale, di innovazione sociale, di riconoscimento sociale, ma anche di responsabilità sociale.

MentoringCare socie e soci,
come anticipato, ad aprile avvieremo questa nuova sperimentazione, che un po’ pomposamente abbiamo chiamato “Angolo del mentoring”. Di che si tratta? Ascoltandoci, leggendoci, incontrandoci in questo ultimo anno una cosa ci sembra di averla ben compresa: la verità è che molti di noi sono soli nello svolgimento della propria funzione. La dimensione di gruppo, di equipe, di staff nella quale competenze diverse si integrano tra loro, con una giusta e ben calibrata proporzione di entusiasmo giovanile (o degli inizi) e matura esperienza professionale, non è propriamente un dato organizzativo comune. Più frequente che il progettista sociale faccia un po’ tutto, distendendosi come un elastico tra campi di saperi e competenze molto diverse tra loro (oh quanto è eclettica la progettazione sociale!), apprendendo qua e là, rubacchiando qua e là. Sarebbe tutto più piano e semplice se ciascuno di noi, dove non arriva la sua preparazione ed esperienza, potesse contare sulla spalla di un collega più esperto. Del resto: chi in questo come in altri campi della vita non riconosce di aver contratto un debito enorme verso quei colleghi che hanno avuto sufficiente generosità e pazienza nel trasmettere la propria esperienza? Oh, per inciso: APIS, tra le altre proprie ragioni istitutive, esiste proprio per sviluppare relazioni professionali di questo tipo!

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Care socie e cari soci,
abbiamo trascorso un 2015 intenso e stimolante, denso di fatti nuovi. Dall’incontro col CENSIS, a gennaio, sulla situazione sociale del Paese al VI Corso Base, a novembre, che ci ha visto accogliere 30 nuove socie e soci nella nostra Comunità professionale, provenienti da contesti regionali e impegnate in ambiti di intervento uno diverso dall’altro. In mezzo abbiamo assistito ai primi passi mossi dal gruppo locale della Lombardia, costituitosi a marzo in un incontro con Riccardo Bonacina, Direttore di Vita, sulla Riforma del Terzo Settore. E da un capo all’altro dell’anno si è snodato il lavoro per quel grande obiettivo associativo che è la pubblicazione, con UNI, della prima norma tecnica sulla professione del progettista sociale. Un cammino scandito da un nuovo modo di comunicare, attraverso questo sito e questo blog interamente rinnovati, sviluppati per far crescere con spunti e stimoli la nostra base sociale, e una newsletter mensile con una rassegna di bandi e altre opportunità e notizie dalla vita dell’Associazione. Oggi siamo 135 socie e soci, presenti e attivi in 15 regioni italiane. I nostri gruppi locali sono due, a Roma e in Lombardia, ma qualcosa … si muove anche in Emilia. 

Inviato da il in Vita associativa

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Care socie e cari soci, 
nel pensare che augurio farvi e farci per questo Natale e questo nuovo anno, mi piace pensare alla nostra comunità professionale come a un “resto”. Il resto del terzo settore, il resto del privato sociale, il resto del welfare di questo paese, che è già resto di suo. Quel resto tenacemente intento ad operare una riappropriazione dell’essere comunità civile, mentre le società in cui viviamo fuggono a precipizio, come ci ricorda ancora una volta De Rita nell’introduzione al Rapporto Censis 2015, verso una molecolarizzazione dei rapporti sempre più fine, verso una frantumazione dei corpi sociali in piccole aggregazioni, tanto simili a consorterie difensive.

Questo resto che siamo noi, e che è chiunque applica la progettazione sociale come ponte tra un presente insoddisfacente e un futuro inconfigurato ma oggetto di un potente desiderio, in fondo compie un solo sforzo, per quanto poliforme: innova, sperimenta, ricerca e studia forme inedite di aggregazione e coesione sociale, che intermedino appunto la riappropriazione di un’identità collettiva per molti versi spezzettata in rivoli identitari. Perché perfino l’umile e artigianale gesto del compilare un formulario, che così di frequente ci tocca, costringe noi più di altri a riflettere sul significato di ciò che poniamo in opera, e a non ridurre l’azione sociale a un mero calcolo di razionalità economica.

b2ap3_thumbnail_crociato.jpgDai fatti di Parigi in poi (ma era già successo dopo l'attentato alla sede di Charlie Hebdo) più di qualche intellettuale ha preso il vezzo di accostare terrorismo e crisi dei valori ad Occidente. Lo ha fatto di recente Giuliano Ferrara su Il Foglio, cui ha risposto Michele Serra nella rubrica quotidiana L’Amaca. Ma lo aveva già fatto il filosofo cattolico Fabrice Hadjadj dalle colonne de Le Figaro il 5 giugno 2015. In rete poi è tutto un sobbollire di commenti inveleniti, ben più sguaiati e trinariciuti dei propri modelli, che schiumano rabbia bipartisan per l’efferatezza del carnefice e per l’inanità della vittima.

Lo schema di pensiero lo riassumo così: l’occidente e la sua vacuità di valori e ideali, l’occidente e il suo fiacco decadentismo postilluministico ha finito per produrre, col terrorismo islamico, niente meno che il suo altro. Daesh sarebbe l’ombra del nostro way of life, molle e nichilista. Insomma: il fondamentalismo islamico e il suo tenebroso potere di seduzione degli animi, storditi come siamo dai fumi dell’alcool e delle droghe e dagli afrori del sesso più sfrenato, un po’ ce lo meritiamo. E quindi è necessario promuovere in Europa un agguerrito Kulturkampf, che opponga al cupio dissolvi islamico un integrismo “terzo” tra il disfacimento morale dei nostri tempi molli e sfibrati e la furia sterminatrice nutrita di idoli religiosi di questi imbecilli.

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