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Auguri di benevolenza. Per tutti

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chagall-header.jpgCare socie e cari soci,

guardando all’anno concluso, e a questo Natale alle porte, penso a una preoccupazione che ci accompagna, da volgere in speranza lungo la traccia di un sogno tenacemente umano, di cui ci parla il Natale: «Desiderare, desiderare disperatamente, desiderare fino al dolore e allo sconforto, fino al grande vuoto amaro, desiderare che sia altrimenti, desiderare la fine delle crudeltà, delle pazzie, della stupidità, dell’abietto, desiderare l’allegria, la luce, la tenerezza, avere così fame, così sete, di un mondo diverso e di essere diverso» (Maurice Bellet). 

Dovremo infatti contribuire, proporzionatamente ai nostri mezzi, a sciogliere un evidente, e doloroso paradosso in cui si è avvitata l’intera nostra società, e singolarmente noi operatori di welfare: in un sistema sempre più duale, quella propensione altruistica, o più semplicemente civile, a cui molte delle nostre progettualità fanno appello, è sempre più residuale retaggio della “gente che sta bene” – per censo, per merito, per reddito e livelli di istruzione, e lasciamo pure da parte come tutti questi fattori siano tra loro correlati – mentre scarseggia tipicamente nella massa degli esclusi, in larga parte coincidente con i nostri stessi beneficiari, che invece hanno visto crollare negli anni la propria quota di dividendo sociale. Dal mio punto di vista non c’è nulla di più preoccupante, e più meritevole di cura, dell’oceano di risentimento su cui oggi galleggiano i rapporti sociali. Una moltitudine di persone sprofonda sempre più in un rancore inacidito. Un’onda montante e livida che non raramente ci si abbatte contro, secondo uno schema reattivo, biasimevole e sgrammaticato (letteralmente sgrammaticato) quanto si vuole, eppure dopotutto comprensibile.

Si odiano le cariche dello Stato, si odia il papa, si odiano le ONG, si odiano i volontari che operano coi migranti, si odia chiunque richiami i valori fondativi della convivenza, cioè spesso gli stessi valori della Costituzione. Ho il sentore che si odino sempre più questi costrutti sensati così come si detesta un predicozzo astratto che ci raggiunge quando siamo ammalati e sofferenti, o quelle buone notizie che abbiamo disappreso riguardare noi, oltre che gli altri. Tanto può la disappartenenza. Il conformismo e il crollo del freno inibitorio, quel “politicamente corretto” che fissava i limiti della parola pubblica, della parola privata e di quella inconscia, fanno poi il resto. Qualunque parola, per quanto atroce e belluina, è pronunziabile e ripetibile, e di fatto ripetuta all’infinito al tempo dei social media, se distillata al fuoco della propria bile. Qualunque fandonia, per quanto pedestre, è una buona stampella cui appendere la propria frustrazione. Come sanno bene i propalatori seriali di bufale, e qualche imprenditore della politica, non c’è oggi materia prima più abbondante e diffusa del risentimento. Non occorre nemmeno particolare talento a scovarlo; è un fatto economico e quantitativo prima che sociologico e qualitativo. Perché, nel grande tempo della “slegatura” dei rapporti sociali dell’ultimo trentennio, mentre dileguava quella essenziale narrazione che avvinceva il mio destino al tuo, e la nostra sorte alla loro, ad avvantaggiarsi di questa dissoluzione sintattica sono stati pochi, e a esserne discriminati molti di più. Letteralmente una moltitudine, che insieme però non fa una comunità e neppure un popolo. L’una e l’altro esigono di più: esigono un dono fondativo, qualche bene costitutivo e comune, e una epifania del futuro, verso cui dislocare il desiderio e riferire, o disdire, il presente

Il Natale, secondo tradizione culturale e religiosa, accade dove le tenebre sono più fitte, nei giorni più bui dell’anno. Per analogia in una sorta di inverno del mondo, quando, con le parole di Heidegger, “il tempo misero non si rende nemmeno più conto della propria indigenza”. Lì avviene e simbolizza il dono di una definitiva riconciliazione, una rilegatura e una riconnessione che è “pro multis”, per la moltitudine degli uomini. Segno profetico dell’unità profonda e della rigenerazione dell’intera famiglia umana. Però la ricezione di questa notizia radicalmente buona non è comune né sincrona per tutti gli uomini. I suoi primi interlocutori, ci racconta Luca nel suo vangelo, sono gli Am ha’aretz, quel “popolo della terra” dei pastori, sporchi e cattivi, reietti e renitenti alla Legge, ai margini del culto ufficiale. Haters forse, a loro modo. Il dono, piantato a terra e nel fango, risale verso l’alto fino a unire cielo e terra in un’inclusione estrema, cosmologica e sociale; perciò risuona nell’annuncio degli angeli. Perché questo dono è pace universale, è buona notizia per tutti “gli uomini di cui Dio si compiace” (Luca 2,14). Si tratta di quel versetto che per secoli abbiamo tradotto “uomini di buona volontà”, e che invece letteralmente significa “uomini dei quali Dio pensa bene”. Eudokia: benevolenza per l’umanità, resa finalmente integra e intera, cui Dio guarda compiaciuto. È una novità radicale, l’annuncio di un mondo nuovo di cui però si accorgono in pochi nella società che conta, nell’establishment del tempo: quasi nessuno, eccettuati pochi visionari, i magi, che si mettono in cammino perché percepiscono una traccia, forse insignificante e tuttavia gravida di futuro. Loro e nessun altro, nonostante questa speranza sia per tutti. Anzi vi è chi trama nell’ombra: c’è una parte antica e sempre attuale, una parte erodiana, che sulla scissione e sull’antagonismo dell’io contro l’altro ha edificato il proprio potere, e dall’odio trae continuo alimento. Un vero e proprio ministero dell’inimicizia. Per questa parte, che desidera la mera continuazione del presente, la nascita del bambino venuto a catastrofizzare ciò che è, a “ridurre a nulla le cose che sono” (1 Corinzi 1,28), non è affatto una buona notizia. 

Da questo breve racconto del Natale traggo due indicazioni, e un augurio per tutti noi. La prima indicazione è che sperare costa: operare secondo speranza significa infatti disdire il presente, e fugare ogni sospetto di compromesso coi “dominatori di questo mondo” che, per inciso, sono un po’ più dell’establishment nella sua vulgata corrente: noi stessi rischiamo di farne parte, se cristallizziamo la nostra missione nella logica della mera autopreservazione. Occorre che i nostri progetti dismettano ogni sembianza, e ogni sentore, di apparato, o non saranno compresi. Bisogna che, piuttosto che integrare la scena presente raffazzonandola, la decompletino prefigurandone una diversa e migliore. Bisogna che recuperino forza eversiva, capacità di sradicamento e dislocazione del desiderio, mettendo in corpo la voglia di traslocare altrove, in una scena di mondo diversa. Funzionano così, realmente così, le nostre organizzazioni e le nostre progettualità? 

La seconda indicazione è che dobbiamo tornare a declinare il benessere come benevolenza universale, ché fare welfare non significa distribuire beni scarsi, non è sottrarre a qualcuno e dare ad altri, ma costruire una casa per tutti. Occorre e occorrerà sempre più, se vogliamo disseccare i giacimenti dell’odio che stanno avvelenando il nostro Paese, declinare nei nostri progetti l’interesse generale, accrescendo i beni comuni. In un mondo di particolarismi bisogna pure che si affermino beni indivisibili, beni che diffusi non soffrano di sottrazione, e che facciano saltare il banco di chi lucra sulla guerra tra poveri. Istruzione, lingua, cultura, relazioni, ambiente, convivenza, reciprocità e coesione sociale… è quasi sterminato l’incanto dei beni comuni, che sono la benevolenza “pro multis”, il dono da ricollocare al centro del nostro lavoro. So bene quanto sia complicato immergere questa logica dentro politiche quasi sempre settoriali, so quanto si corra il rischio di declinare in forma soltanto retorica quei paragrafi sulle “ricadute collettive” che a volte i nostri committenti ci sollecitano, perché la nostra attenzione è tutta focalizzata sulla singolarità dei nostri beneficiari, e il resto fa da sfondo. Ho però la netta impressione che, da qui in avanti, si debba ribaltare il paradigma pensando l’intero, e solo poi articolare un discorso di welfare secondo i singoli “target”. 

L’augurio che formulo per tutti noi è dunque il dono della benevolenza “pro multis. Che i nostri progetti ne parlino, la esprimano, la diffondano a piene mani, come una buona notizia indiscriminata capace di spegnere l’odio e il livore serpeggiante. Ci torni la passione della costruzione di ciò che è di tutti. Bisogna costruire una casa comune, perché i più fragili vi trovino posto. Cos’altro è d’altronde solidarietà se non passione per il tutto? 

Buon Natale socie e soci!

Antonio

Commenti

  • Davide Mercoledì, 20 Dicembre 2017

    Buongiorno Antonio, condivido molte delle parole che tu hai scritto, e tuttavia nel linguaggio utilizzato trovo delle forme "esclusive". Il lessico e certe citazioni, in particolare, mi fanno leggere il tuo testo come non rivolto a "tutti" ma indirizzato a chi può cogliere l'essenza del discorso che affronti senza doversi chiedere "cosa vuol dire". Ecco: nell'associarmi volentieri ai tuoi auguri ti auguro e mi auguro che riusciamo a trovare il linguaggio e le modalità giuste per rivolgerci anche e soprattutto a chi è lontano da noi; che le nostre parole possano essere come calamite per le orecchie di chi non studia o non ha studiato, e che possano stimolare le loro menti e fare eco! Solo così le potremo riempire di contenuti e far sì che non restino un proclama autoreferenziale. Che la nostra passione per il tutto e per tutti sia la nostra bussola lingustica!

  • Antonio Finazzi Agro' Mercoledì, 20 Dicembre 2017

    Caro Davide, ti ringrazio della condivisione. E mi scuso di qualche asperità linguistica. A parziale discarico confesso che questi auguri, a lungo meditati, nascono dentro queste parole e questi riferimenti, non a fianco a loro. Aggiungo anche che i miei pensieri sparsi non avevano affatto la pretesa di giungere a tutti; sono indirizzati alla nostra comunità professionale e associativa, che essendo fichissima è composta da gente laureata, stralaureata e post-specializzata, CV di tutti alla mano. Vero socie e soci? :D
    Ancora auguri!

  • Lauri Mercoledì, 13 Febbraio 2019

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  • Giulia Giannini Giovedì, 21 Dicembre 2017

    Pensiero ineccepibile! Condivido in pieno e ringrazio Antonio per le sue riflessioni che sono sempre fonte di ispirazione e di stimoli! Buon Natale a tutta la comunità di APIS!!

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  • Jamil Amirian Venerdì, 22 Dicembre 2017

    Mi aggiungo agli auguri presidenziali, un augurio da parte anche mia a tutta la comunità dei progettisti sociali.
    Mi piace pensare a noi come a quelli che, in un mondo di persone che vogliono imporre la propria visione, si assumono il compito di ascoltare, decifrare, tradurre, comporre...in un mondo di persone che si lamentano o si scoraggiano, si assumono il compito di stare loro accanto, cercando insieme le strade praticabili del cambiamento …in un mondo di persone prese dalla folle corsa all'autoaffermazione, provano a proporre diversi significati alla convivenza, che poi forse non sono nemmeno nuovi, sono solo stati occultati dalla storia...in un mondo di persone che propongono appartenenze, separazioni, gerarchie, provano a creare nuove temporanee alleanze, quei progetti in cui, per un periodo limitato, soggetti abituati a guardarsi frontalmente, sono a fianco per uno scopo comune, anche grazie a noi...in un mondo in cui è sempre più violenta l'emarginazione e la polarizzazione sociale, si assumono la responsabilità di immaginare ogni atto anche come passo verso una società diversa (e ringrazio Antonio per questo richiamo).
    Essere progettisti sociali è un lavoro, ma anche molto di più…viviamo in questo mondo, ne condividiamo necessariamente problemi e mentalità, ma se non ce ne sentiamo anche utilmente estranei, perdiamo forse la componente più preziosa e affascinante della nostra scelta.
    Auguri a tutti, perché le feste e l’anno prossimo siano all’altezza delle nostre folli ambizioni!
    Jamil

  • giuseppina eleonora Venerdì, 30 Novembre 2018

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