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Buon Natale da veggenti

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Care socie e cari soci, 
nel pensare che augurio farvi e farci per questo Natale e questo nuovo anno, mi piace pensare alla nostra comunità professionale come a un “resto”. Il resto del terzo settore, il resto del privato sociale, il resto del welfare di questo paese, che è già resto di suo. Quel resto tenacemente intento ad operare una riappropriazione dell’essere comunità civile, mentre le società in cui viviamo fuggono a precipizio, come ci ricorda ancora una volta De Rita nell’introduzione al Rapporto Censis 2015, verso una molecolarizzazione dei rapporti sempre più fine, verso una frantumazione dei corpi sociali in piccole aggregazioni, tanto simili a consorterie difensive.

Questo resto che siamo noi, e che è chiunque applica la progettazione sociale come ponte tra un presente insoddisfacente e un futuro inconfigurato ma oggetto di un potente desiderio, in fondo compie un solo sforzo, per quanto poliforme: innova, sperimenta, ricerca e studia forme inedite di aggregazione e coesione sociale, che intermedino appunto la riappropriazione di un’identità collettiva per molti versi spezzettata in rivoli identitari. Perché perfino l’umile e artigianale gesto del compilare un formulario, che così di frequente ci tocca, costringe noi più di altri a riflettere sul significato di ciò che poniamo in opera, e a non ridurre l’azione sociale a un mero calcolo di razionalità economica.

È che questo nostro lavoro si fa ogni anno più complicato. Non solo perché scarseggiano le risorse, e gli impegni della comunità statuale evaporano. Piuttosto il punto è che non basta più la sola ragione. Il nostro è un tempo nel quale l’ordinato flusso degli effetti e delle cause si interrompe o addirittura si inverte, la logica si attenua, sfuma o sfoca o si fa “fuzy”, e i nostri amati quadri logici non contengono più nulla. In questa epoca di crisi delle interpretazioni sistemiche, si procede penosamente a tentoni, dall’interno di una faticosa empiria tentativa, che prova a tradurre in storia e fatti civili il senso comune, o almeno il buon senso di cui le nostre genti hanno sempre dato prova, specie in tempi difficili. Quella signora, che fuori da ogni schema ideologico esce dal suo negozio a Tiburtina, e porta ai profughi accalcati alla stazione qualche coperta, e un vestitino pulito per i bambini…

Ma anche questo non è più sufficiente: al fioco lume del buon senso e della cronaca si scorge poco oramai, qualche grossolana evidenza qua e là, qualche ombra indistinta di un progresso civile poco più che sperato, e sempre in bilico sul baratro di una catastrofe antropologica e sociale da tempo annunciata. Ci vuole altro. Ci vuole lo sguardo del gufo, o della civetta. Quella visione penetrante che tocca al veggente, nei precisi termini utilizzati da Rimbaud:

Poiché Io è un altro. Se l'ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. Ciò mi pare evidente: io assisto allo schiudersi del mio pensiero…

Chi è questo “altro” che spodesta l’io nel mentre lo inaugura, che reclama protagonismo non perché agisce, ma perché fonda l’azione? Questo altro è “altri”. Sono le nostre comunità, e in particolare quanto in esse vi è di vulnerabile. È a loro, e a quanto di collettivo vi rimane, che dobbiamo riferirci se, su un piano ben più radicale del mero calcolo economico, vogliamo rendere “sostenibili” le nostre iniziative. Non mi sento di fare altro augurio a noi, e alle nostre organizzazioni, se non di immergere fino in fondo i nostri progetti nell’alterità più prossima che sono le comunità in nome e per conto delle quali – ricordiamolo sempre – esercitiamo il nostro mandato sociale. Attrezziamoci per il lavoro del veggente. Perché scorgere la fisionomia di una comunità, di più non smettere di cercarla, costituirla mentre la si invoca, oggi è un lavoro da veggente. Siano le comunità la stella confusa tra mille altre che si stempera nella luce fioca dell’alba, i più esclusi il refolo di vento che annuncia il rompersi della stagione, gli “scartati” la foglia smossa a mezz’aria che annuncia la pioggia. Siano il nostro futuro a portata di mano. Auguri socie e soci!

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Ospite Mercoledì, 16 Gennaio 2019
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