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Garanzia Giovani?

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Care socie e cari soci,

una nostra socia in formazione, che per ora proteggiamo con l’anonimato, ci ha messo a parte di fatti che troviamo semplicemente vergognosi, tanto più perché legati a quella pasticciata soluzione che porta il nome di “Garanzia Giovani” – e che, sia detto incidentalmente, altro non fa che compiere il destino del servizio civile, ridotto ad ammortizzatore sociale – il cui scopo istituzionale sarebbe di tutelare e offrire garanzia ai giovani più fragili e svantaggiati del Paese, i cosiddetti “Neet” su cui molto si è detto, scritto e programmato, più spesso a sproposito che a proposito.

Leggete, per favore, con diligenza e attenzione cosa è accaduto in occasione di un colloquio di “orientamento”, a cui è stata convocata la nostra socia in formazione. Questo è ciò che la rete “pubblica” saprebbe offrire a chi già è in condizione di svantaggio sociale. Non serve scomodare la cara memoria di don Milani per osservare che, per ogni giovane che sa parlare, scrivere, argomentare, ve ne sono centinaia più fragili completamente abbandonati alla mercé di questi quattro farabutti di alto e basso grado, che agiscono al riparo della funzione pubblica disonorandola ogni giorno.

E scusate il tono, che però sentiamo dovuto “…E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto: "è naturale" in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile” (Bertold Brecht, L'eccezione e la regola, 1930).

 

 


 

 

“Quer pasticciaccio brutto der centro per l’impiego”

Queste poche righe non hanno la pretesa di essere una denuncia strutturata e infamante, ma semplicemente il racconto e la cronaca di ciò che i fatti sono stati, di ciò che purtroppo i fatti sono stati. Come direbbe Gadda, è la cronaca di “quer pasticciaccio brutto der centro per l’impiego”.

Pochi giorni fa, prima delle festività natalizie, presso i Centri per l’impiego della Capitale si sono tenuti i colloqui di orientamento per tutti i giovani che hanno aderito al progetto Garanzia Giovani e non pochi sono stati i passaggi critici della giornata. Qui si racconta ciò che è accaduto in uno di questi.

La mattinata si è aperta con un tipico fatto all’italiana: sono le 8.30 e manca ancora mezz’ora all’apertura degli uffici. Le persone sono già in fila, assonnate e con pile di fogli in mano, innervosite dall’orario e dal freddo; nasce in quel momento il colpo di genio di un signore che organizza un’istantanea numerazione delle persone in attesa, su piccolissimi foglietti scritti a penna, che determinerà l’ordine di entrata e la successiva fila agli sportelli. Nasce una sorta di solidarietà popolare per cui ogni nuovo arrivato viene invitato con cura a rivolgersi al boss, il signore con i fogliettini, per avere il suo pezzette di carta con il numeretto che gli consentirà, una volta dentro, di accedere alla fila. Chi rifiuta è fuori, anzi, chi rifiuta è condannato ad attendere che tutti gli adepti dei numeretti abbiano sbrigato la propria pratica. Io ho scelto di stare al gioco, mi è toccato il numero 52, ed ero in anticipo di 40 minuti sull’orario di apertura, poteva andarmi peggio.

Una volta dentro, per fortuna almeno l’orario di apertura è stato rispettato, inaspettatamente il gioco dei numeretti sembra funzionare: un uomo di buona volontà chiama ogni numero, compreso il suo, e fa mettere tutti in fila agli sportelli in un rigoroso silenzio assenso che stupisce i più. Inizia la giornata. Ancora una volta dove non arriva l’organizzazione pubblica arriva mamma arte dell’arrangiarsi.

Una volta dentro tutti i giovani del Progetto Garanzia Giovani vengono dirottati dai vari impiegati verso uno spazio fantomatico a loro destinato, il “tavolo rotondo”. Mi vene indicata la direzione, guardo da quella parte seguendo il dito dell’impiegata che mi indica uno spazio in fondo alla sala. Forse parto “prevenuta” al contrario, quindi mi aspetto una sala, una stanza, uno sportello, ed invece no, stavano proprio indirizzando quasi trenta persone verso un tavolo, rotondo appunto. Siamo lì in piedi, ci guardiamo incuriositi per capire chi siamo, quanti anni abbiamo, perché siamo lì… c’è silenzio, quasi competizione. Ci guardiamo anche un po’ persi perché siamo lì, come i cavalieri di re Artù, intorno alla tavola rotonda e non sappiamo che fare. Arriva a chiarire ogni dubbio un’impiegata, dal fortissimo e fastidiosissimo (lo dico da calabrese) accento del regno delle due Sicilie, forse si sono dimenticati di dirle che bisogna parlare italiano, almeno in un ufficio pubblico. Inizia a chiederci i nostri nomi e alla nostra risposta si appunta la presenza e ci fa una sola domanda prima di inviarci in un’altra stanza: “sei libero o occupato?”

Molti colgono il collegamento con una delle clausole per la partecipazione al progetto, ossia quella di non essere impegnato in nessuna attività formativa o lavorativa, e rispondono coerentemente pur sperando che la domanda della signora sia davvero quella; altri, di istinto e con tono faceto, rispondono “si sono single”, in effetti non era chiaro. Hanno fatto bene.

Seduto al tavolo proprio davanti a me c’è un ragazzo con una disabilità motoria evidente e una balbuzie molto accentuata, probabilmente legata ad un disturbo del linguaggio dovuto alla sua patologia. Anche a lui viene chiesto il suo nome ed inizia a rispondere ma commettendo il peccato mortale di prendersi tutto il tempo che gli serve per scandire al meglio le lettere, con una visibile fatica ma con tanta tenacia, sotto gli occhi pietosi (la pietas antica, non la pietà che guarda al diverso come all’inferiore) dei presenti. L’unica che sembra essere fuori da questo sentimento di cura verso quel ragazzo è l’impiegata che con fretta, e senza mai guardarlo negli occhi ma con il viso chino sui fogli, continua ad incitarlo a muoversi chiedendogli ripetutamente il suo nome, senza accorgersi che quel ragazzo il suo nome glielo stava dicendo. Dopo numerosi incitamenti, dice che avrebbe fatto da sola, così strappa dalle mani del ragazzo un foglio che teneva, legge il nome e lo scrive. Lei non poteva aspettare, aveva troppa fretta di andare a far nulla.

Passata la prima fase veniamo dirottati in una stanza, siamo circa una trentina, dove sotto gli occhi di un nuova impiegata tuta in ghingheri (questa volta si tratta di un pezzo grosso e lo si capisce da come viene trattata dai colleghi) ci viene chiesto di compilare un modulo: molti chiedono una penna e la risposta della gentil signora è che non hanno soldi per comprarle e che l’ultima volta che lo hanno fatto sono andate tutte perdute, quindi ci dobbiamo arrangiare da soli. Solo pochi fortunati sono in possesso di una tanto ambita penna, io sono tra loro; così scrivo in fretta il mio modulo e faccio prestito della mia penna a tutti gli altri che mi attendono e ringraziano come avessi regalato loro qualcosa di incommensurabile: era solo una biro.

Ci sono nella stanza degli schermi su cui è fissa una mappa concettuale che illustra le varie strade che chi partecipa a Garanzia Giovani può intraprendere, ma prima di avere delucidazioni su questo la signora ci tiene a chiarire quale sia il target del progetto. Per lei tutto è semplice e scontato e ci tiene che anche per noi lo sia così azzarda la definizione del perfetto neet per Garanzia Giovani: un giovane “paralitico sociale” (cito letteralmente ad onor del vero). A suo dire un depresso, un emarginato, uno che vive isolato e chiuso in casa, senza interessi, senza lavoro e senza la forza di prendere in mano la sua vita. A queste parole mi viene un istinto irrefrenabile di andare dalla signora e dirle che forse lei ragazzi così non li ha mai visti e che certo non basterebbe Garanzia Giovani a sostenerli e ridargli in mano la speranza. Ma credo che a lei questo non interessi, e qui e ripete a memoria una serie di leggi delle quali non ci illustra nemmeno una parola e di fronte ai nostri sguardi un po’ persi ci accusa di essere ignoranti in materia, come se fossimo imperdonabili 50enni alle prese con il mondo del lavoro e con le sue leggi da anni. Anche qui sto per alzare la mano e dire alla signora che fino a due mesi fa ero all’università e che non era mio compito studiare le leggi sull’occupazione degli ultimi vent’anni, che ho una laurea magistrale, che ha davanti comunque persone adulte e formate e quindi forse dovrebbe avere un po’ più di rispetto. Metto da parte questi pensieri ed il mio orgoglio ferito e mi rimetto ad ascoltare la pappardella che la signora recita a memoria. Ad un certo punto ripete i criteri per partecipare al progetto ( il famoso “sei libero o occupato?” di prima) e nomina poi il Servizio Civile. Capisce che molti di noi hanno già fatto la scelta di essere in Garanzia Giovani attraverso questa modalità, così sollevata dal fatto di avere meno persone da “orientare” ci manda subito via a fare i documenti necessari e prosegue con gli “indecisi” il percorso di orientamento. Prima di lasciarci andare ci tiene a sottolineare che dobbiamo fare per bene tutti i documenti perché altrimenti le strutture dove andremo a prestare il nostro lavoro si lamentano con loro che non hanno i nostri dati, e lei questa scocciatura proprio non la vuole. A quel punto è troppo, alzo la mano e chiedo alla signora di spiegarmi il collegamento tra Garanzia Giovani e il Servizio Civile. La sapevo già la risposta a quella domanda, ma l’ho fatta lo stesso: accanto a me c’era una ragazza disorientata che non aveva idea di cosa fosse il Servizio Civile, anche lei laureata e in cerca di occupazione. Sapevo che l’avrebbero mandata nel percorso infinito dell’orientamento lavorativo, non pagata. Così le ho messo nell’orecchio la pulce del servizio civile, e mi sembrava interessata. La signora alla mia domanda risulta al quanto infastidita, come le stessi chiedendo di fare un extra, di smettere di dire cose a memoria senza attenzione e di creare un discorso logico guardandomi in faccia. Infatti non si degna di rispondermi, farfuglia qualcosa citando l’Europa, il mondo sociale, i bandi, i fondi, i progetti: tutto e niente. Ringrazio come da buona educazione e scelgo di non infierire, ma dico alla mia vicina di pensarci bene e di non farsi fregare. Mentre vengo accompagnata, insieme ad un’altra decina di ragazzi, verso gli uffici per fare i documenti mi chiedo perché non ho avuto diritto ad un orientamento anch’io, perché nella mail di invito al colloquio mi è stato detto che sarei stata guidata ed invece sono stata spedita subito a fare la documentazione necessaria: ero solo una pratica da sbrigare. Mi sento fortunata ad essere stata guidata e accompagnata in precedenza dalle persone della struttura nella quale ho scelto di candidarmi per il Servizio Civile, ma sono certa che non per tutti qui ragazzi è stato così. Molti quell’orientamento non l’hanno ricevuto prima e forse neanche dopo.

Mi siedo davanti all’ennesimo impiegato della giornata, giovane ma svogliato. Scopre che ho già fatto piccoli lavoretti in precedenza ed ho qualche contributo versato, questo lo fa uscire di senno perché capisce che la mia pratica sarà un po’ più lunga, dovrà fare qualche pezzo di carta in più. Mentre lo vedo sbruffare e parlarmi con una faccia da funerale sento la stanchezza di quella mattinata, delle piccole e grandi umiliazioni, così vorrei dirgli che quello è il suo lavoro, che sta seduto ad una scrivania e il massimo che deve fare è pigiare i pulsanti della tastiera del computer e che mio nonno sono 60 anni che si alza alle 5 del mattino per fare il manovale e che non l’ho mai visto sbruffare. Mi trattengo, ancora una volta, ma mi chiedo se è giusto che lo faccia o se sarebbe meglio dirli i miei pensieri, una volta per tutte. Sbrighiamo tutte pratiche, per lui una più noiosa dell’altra, e faccio notare più volte al mio impiegato che ho già scelto la struttura e fatto il colloquio, gli chiedo se ha bisogno che gli dica quale, lui si degna solo di farmi un gesto negativo con la testa. Non gli interessa nulla, non è compito suo.

Finalmente tutto è compiuto, mi alzo con la voglia di scappare da quel posto, poi mi ricordo che pochi giorni dopo sarebbe stato Natale, così metto da parte tutto l’accumulo della giornata e faccio gli auguri all’impiegato. Lui mi guarda come gli avessi detto qualcosa di sovrumano… forse in quelle mura non c’è spazio per un po’ di attenzione e cura all’altro, mi risponde un timido “grazie, anche a te”, penso che è umano e che, come dice una canzone di Liga, “i duri hanno due cuori, col cuore buono amano un po' di più. I duri hanno due cuori col cuore guasto odiano sempre un po' di più”.

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