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I problemi irrisolti nella metodologia della progettazione sociale, ovvero: “il progetto è il progetto!” …(piccola ribellione, prima della vittoria finale dell’orda dei tautologi)

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Per un po’ di anni la necessità di acquisire strumentazioni per regolamentare le decisioni che mettono in rapporto le politiche e i servizi che le attuano, ha portato al diffondersi delle tecniche e logiche di progettazione sociale e a cercare di dotarsi, da parte degli operatori, delle competenze opportune.
Se cerchiamo di analizzare le risorse formative e le pubblicazioni su cui un progettista sociale ha potuto contare, possiamo identificare da un lato quelle che miravano a sistematizzare la logica di elaborazione dei progetti, di derivazione europea, secondo i principi del PCM, (“come si scrive un buon progetto”), dall’altro quelle che davano un quadro dei principi di politica dei servizi (l’evoluzione sul piano giuridico, “perché si utilizzano i progetti”).
Ma tali strumenti sono risultati adeguati e sufficienti? In termini ancora più chiari: possiamo pensare che chi conosce i principi giuridici e logici della programmazione e progettazione sociale sia necessariamente un buon agente nei contesti in cui si manifestano bisogni, sia capace di orientare le risorse e migliorare la vita delle persone?

A mio parere, la risposta è no.
In pratica, noi operatori abbiamo dovuto confrontarci “da soli” con una serie di difficoltà e necessità che non avevano spazi di confronto o “istruzioni per l’uso”.
Paradossalmente, si può notare come, in confronto alla progettazione, le funzioni di valutazione, di comunicazione, di regolamentazione amministrativa e formale hanno avuto molta più fortuna, più spazio di discussione, riflessione, proposta metodologica, definizione operativa. Pare ci sia stato molto più impegno, se mi si consente la semplificazione, a raccontare, verificare, presidiare la correttezza delle azioni sociali piuttosto che…a comprendere come realizzarle nel migliore dei modi! La cosa non è di poco conto, perché, se è utile certamente tutto quello che sta intorno alla progettazione sociale (valutare, raccontare, regolare, scrivere, schematizzare), certamente più importare è l’atto in sé, ovvero la prassi, l’azione che viene poi raccontata, regolata, descritta, schematizzata ecc… Sembra che della progettazione sociale ci siamo dimenticati!
Per quale motivo i principi di logica progettuale e i principi giuridici di politica sociale, su cui si sono svolti percorsi formativi e scritti libri, non sono risultati adeguati alla pratica professionale di chi agisce nei progetti?
Per un motivo molto semplice: perché le persone, i gruppi e i contesti con i quali proviamo a collaborare sono tutto tranne che logici e formalistici.
Come sa chi sviluppa programmi di avvio di impresa, un buon imprenditore non è qualcuno che conosce solo i principi del business plan, ma è chi è capace di trasformare un’idea in una motivazione collettiva, in una sfida, nella voglia di creare qualcosa che prima non c’era e che forse nessuno aveva pensato possibile. Allo stesso modo un bravo dirigente pubblico e un bravo operatore sociale che riescono a promuovere progetti, non hanno come competenza principale quella giuridica, logica, ma qualcos’altro.
Il progetto è il progetto!”. Questa frase, pronunciata con fermezza e una certa aggressività da un coordinatore di un progetto davanti a 10 nuovi soggetti entranti in un cambio di assetto del partenariato, segnava la pretesa che loro si dovessero attenere al progetto. Si, ma quale progetto? Quello scritto da lui nel modo inteso da lui, indipendentemente da ogni interesse ad esplorare miglioramenti, evoluzioni della realtà, dialoghi con l’amministrazione che finanzia, nuove risorse, volontà differenti…
Quel progettista/coordinatore, mentre pronunciava quell’espressione, aveva uno sguardo particolare; lo stesso sguardo l’ho ritrovato recentemente nella dirigente, fresca di nomina, di un’agenzia pubblica, che ho incontrato per discutere come potesse procedere un progetto finanziato da quella stessa agenzia. Mi ha colpito, anche in questo caso, l’utilizzo della banalità: “i progetti europei devono avere un impatto europeo!” sentiva il bisogno di farci capire. “I progetti (europei) sono i progetti (europei)”.
La mente di queste due persone era accomunata da una caratteristica: la certezza. Avevano entrambi certo e chiaro in testa come il progetto dovesse essere; il loro unico problema era come fare a ribadirlo agli interlocutori e per quale assurdo motivo questi non cogliessero le evidenze.
Sottolineo una – spero – ovvietà; il problema non è avere regole, logiche, principi, norme, riferimenti il problema è l’uso che se ne fa, in particolare nelle relazioni con i soggetti coinvolti. E la mia impressione è che capita che vengano utilizzati come occasioni per esercitare un potere, molto più che per essere utili ad un sistema complesso (e affascinante) come un progetto sociale; la mia impressione è anche che questo produca molti danni, essendo una approccio notevolmente staccato dalla realtà (sociale), che è articolata e, soprattutto, determinata da molteplici volontà e relazioni.
È anche evidente che chi prova ad imporre in questo modo la propria logica (dove la parola importante è “imporre”), manifesti una incompetenza, che spesso è davvero sconcertante, poiché connessa a ruoli dirigenziali (come nel caso di quella signora).
Ma, lo sappiamo, purtroppo noi progettisti non siamo destinati né a lamentarci, né a sconcertarci, né tantomeno a sfogare il nostro bisogno di potere e riconoscimento, ma siamo destinati a pensare e provare a migliorare le cose. E allora proviamo a pensare.
Forse è il caso di partire dal chiedersi di che competenze stiamo parlando. In che modo quel progettista/coordinatore avrebbe potuto facilitare l’ingresso dei nuovi soggetti? In che modo quella dirigente avrebbe potuto sostenere il progetto, piuttosto che impegnarsi a imputarcene i limiti e i difetti?
Un’importante questione che, come studiosi e professionisti della progettazione sociale, dobbiamo avere in mente è proprio questa, e dobbiamo averla in mente con onestà: quali sono le pratiche realmente efficaci che permettono ai contesti di attivare le proprie risorse per migliorare la vita delle persone? Cosa è davvero utile nella progettazione sociale come metodologia e competenza? Si tratta di qualcosa che può essere sistematizzato? Può essere condiviso? Può essere insegnato? Può trovare dei fondamenti teorici?
APIS è impegnata in un’operazione, la codifica delle competenze del progettista, che prova a dare qualche risposta a queste domande.
Io non ho proposte semplici. Mi sento però di mettere in evidenza un rischio, ovvero che la progettazione sociale, se identificata con gli aspetti di regolamentazione giuridica o logica, possa costituire un problema, più che una risorsa. Credo che noi operatori, mettendo passione in quello che facciamo, incontriamo una grande fatica soprattutto per questo genere di problemi e incompetenze, soprattutto quando sono collegate con ruoli di potere. Forse, sviluppare una riflessione e provare a avviare un cambiamento nelle prassi e competenze potrà aiutare sia noi, sia altri in futuro, a diminuire questo tipo di fatiche, riuscendo ad occuparci di più dei nostri destinatari e contesti.

Commenti

  • Antonio Finazzi Agro' Venerdì, 03 Aprile 2015

    Caro Jamil, trovo il tempo a fine settimana per un breve commento. Il punto che colgo è che, per una specie di eterogenesi dei fini, quel che con molta umiltà si offriva alla stregua di uno strumentario per la gestione "tecnica" del progetto (mappe logiche, alberi dei problemi e altri più o meno rizomatici diagrammi di scomposizione del pensiero, strumenti di scheduling pianificazione e controllo, strumenti di analisi e gestione finanziaria) ha fatto il salto della quaglia, puntando dritto al regno dei fini ultimi. Così troviamo professionisti e più spesso "regolatori pubblici" della professione che vanno in giro con l'aria soddisfatta e sicura di sé di chi la chiave di volta del mondo l'ha acquisita, una volta per sempre...
    Peccato, perché se invece prendessimo gli strumentari logici e gestionali del project management per quel che sono, cioè espedienti, scaltriti quanto si vuole ma pur sempre espedienti, questi finirebbero davvero per renderci un servizio. Di cui per altro il nostro confuso mondo ha molto bisogno. Saper tenere sotto vincolo e sotto governo una determinata attività o insieme di attività, saper regolarne le implicazioni, saperne prevedere i fattori di successo o insuccesso... non è tutta fuffa, c'è davvero del buono! Purché si tenga conto che le questioni di fondo della progettazione sono esattamente quelle che tu poni, e nessuno scaltrito strumentario metodologico le sorpasserà: come accompagnare un'evoluzione sociale (e se accompagnarla, e cosa è evolutivo e cosa no...), sulla base di quali costrutti teorici, alla luce di quali paradigmi, con che ruoli e i che vesti... non me ne vogliano i tecnici, ma questa non è roba da affrontare con fanatismo, né armati di logiche deterministiche. Direi anche senza eccessi verticistici e dirigistici (il fantasma del potere, che si aggira intorno alle nostre progettazioni...), dato che nove su dieci e della vita altrui, dei costrutti sociali altrui che parliamo...

    “Non facciamoci illusioni! Tutti noi, inclusi quelli che debbono pensare perché, per così dire, è il loro mestiere, tutti noi ci ritroviamo abbastanza spesso in una situazione di povertà di pensiero, tutti noi cadiamo troppo facilmente nell’assenza di pensiero. L’assenza di pensiero è un ospite inquietante che si insinua dappertutto nel mondo d’oggi”. (M. Heidegger, L’Abbandono)

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